CONTROLLO DI GESTIONE

TFR accantonato a bilancio: perché è così difficile vederlo nei flussi di cassa

Perché il TFR, accantonato correttamente a bilancio, resta quasi sempre invisibile nei flussi di cassa reali delle PMI, e come tenerlo sotto controllo senza sorprese quando un dipendente lascia l'azienda.
Team Plino
Dal blog di Plino
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Se ti chiedessi "quanto TFR hai accantonato per i tuoi dipendenti", sapresti rispondere subito, o dovresti andare a controllare il bilancio? Per la maggior parte delle PMI la risposta è la seconda — e il motivo non è disattenzione, è che il TFR (Trattamento di Fine Rapporto) esiste quasi sempre solo come un numero scritto da qualche parte, non come soldi fisicamente messi da parte.

Una passività che cresce, ma non si vede

Ogni anno, per ogni dipendente, l'azienda accantona una quota di TFR calcolata dividendo la retribuzione annua utile per 13,5 (equivalente a moltiplicarla per circa il 7,41%). Dal secondo anno in poi, quella quota già maturata viene anche rivalutata con un tasso fisso dell'1,5% più il 75% dell'inflazione ISTAT dell'anno precedente. Tutto corretto, tutto regolare: il fondo TFR appare puntualmente tra le passività del bilancio, alla voce dedicata.

Il problema è che, salvo eccezioni, quella cifra non corrisponde a nessun conto bancario specifico. È una passività a bilancio, non una riserva di cassa. La liquidità corrispondente resta mescolata con tutto il resto: il conto corrente operativo, gli incassi dai clienti, i pagamenti ai fornitori. Sulla carta il TFR c'è. Nella banca, non lo trovi da nessuna parte in particolare.

Perché questo è un problema di cassa, non solo di bilancio

Finché nessun dipendente lascia l'azienda, il problema resta teorico. Ma nel momento in cui qualcuno si dimette, va in pensione o viene licenziato, quella passività diventa un'uscita di cassa immediata: l'azienda deve liquidare il TFR maturato, spesso in un'unica soluzione. Se negli anni quella riserva non è mai stata tenuta a mente come "cassa già impegnata", il pagamento arriva come un imprevisto che intacca la liquidità operativa — magari nello stesso mese in cui devi pagare fornitori o l'IVA.

È lo stesso principio di altri accantonamenti fiscali: il fatto che una passività sia corretta a bilancio non significa che la cassa per onorarla sia davvero disponibile quando serve.

Le due strade: TFR in azienda o Fondo di Tesoreria INPS

Non tutte le PMI gestiscono il TFR allo stesso modo. Le aziende che superano una certa soglia dimensionale sono obbligate a versare mensilmente le quote di TFR maturande al Fondo di Tesoreria INPS, che se ne fa carico direttamente: in questo caso il problema di visibilità sparisce, perché il TFR esce davvero dalle casse aziendali ogni mese.

Qui vale la pena una precisione, perché la normativa è cambiata di recente: fino al 2025 la soglia storica era di 50 dipendenti, fissata una volta per tutte in base alla situazione dell'azienda al momento della sua costituzione (o al 2006, per le aziende più vecchie). Con la Legge di Bilancio 2026, la soglia è diventata dinamica: per il 2026 e il 2027 l'obbligo riguarda le aziende con una media di 60 dipendenti nell'anno precedente; scenderà a 50 dal 2028 e a 40 dal 2032. È quindi un parametro che ora si aggiorna di anno in anno seguendo la crescita occupazionale dell'azienda, non più un requisito fissato in partenza.

La maggior parte delle PMI italiane, restando sotto queste soglie, mantiene il TFR internamente: è proprio qui che si concentra il problema di visibilità descritto sopra.

Come tenerlo sotto controllo senza spostare fisicamente i soldi

Non è obbligatorio apr aprire un conto dedicato al TFR (anche se alcune aziende lo fanno, per disciplina). Quello che serve davvero è trattare il fondo TFR maturato come un dato attivo nel controllo di cassa, non come una riga passiva del bilancio che si guarda una volta l'anno.

In pratica, questo significa:

  1. Aggiornare periodicamente il valore del fondo TFR maturato, non solo in occasione della chiusura di bilancio, così da sapere in ogni momento quanto "peserebbe" un'eventuale uscita di un dipendente.

  2. Guardarlo insieme alla cassa disponibile, non separatamente: una liquidità di 100.000€ con un fondo TFR maturato di 60.000€ non è la stessa cosa di una liquidità di 100.000€ con un fondo TFR di 10.000€, anche se il bilancio operativo sembra identico.

  3. Simulare l'impatto delle uscite più probabili: se sai che due dipendenti storici sono vicini alla pensione, il TFR accumulato per loro è un'uscita di cassa quasi certa nei prossimi anni, non un'ipotesi remota.

Un esempio numerico

Un'azienda con 15 dipendenti, retribuzione media annua di 30.000€ a testa, accantona ogni anno circa 2.222€ di TFR per dipendente (30.000 ÷ 13,5), quindi poco più di 33.000€ complessivi all'anno, rivalutazione a parte. Dopo 8 anni di attività, senza turnover, il fondo TFR può facilmente superare i 250.000€. Se un dipendente storico con 15 anni di anzianità e uno stipendio più alto decide di andarsene, la liquidazione in un'unica soluzione può facilmente superare i 30-40.000€: una cifra che pesa, se non era mai stata considerata come già "impegnata".

Il punto centrale

Il TFR non è un problema contabile — il commercialista lo gestisce correttamente. È un problema di visibilità gestionale: sapere, in ogni momento, quanto di quella liquidità in banca è davvero libera e quanto è già promessa ai dipendenti quando smetteranno di lavorare per te. Avere un cruscotto che mette fianco a fianco cassa disponibile e fondo TFR maturato — come può fare Plino incrociando i dati contabili con la situazione bancaria — non elimina l'obbligo, ma evita che diventi una sorpresa.

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